Città più aperte alla neurodiversità

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L'autismo include una tipologia molto variegata di caratteri personali, più o meno pronunciati, che determinato difficoltà nell'interazione e nella comunicazione e, spesso, interessi circoscritti, comportamenti ripetitivi, alterazioni sensoriali. Sono tuttavia relativamente scarse le analisi e riflessioni su come la città possa aiutare oppure ostacolare la vita quotidiana di chi vive questa condizione e su come progettare spazi maggiormente inclusivi

Le nostre conoscenze del fenomeno autistico, delle sue cause e delle sue dinamiche sono ancora limitate e in continua evoluzione, ma il tema è popolare, come testimoniato da film, serie-tv o reality (per esempio Atypical o The Good Doctor). Simili narrazioni veicolano spesso idee stereotipate (maschi bianchi ad alto funzionamento con un talento speciale), ma hanno contribuito ad allargare l'interesse e probabilmente la sensibilità verso il tema. Sono tuttavia relativamente scarse le analisi e riflessioni su come la città possa aiutare oppure ostacolare la vita quotidiana di chi vive questa condizione e su come progettare spazi maggiormente inclusivi.

È bene sottolineare come l'aggettivo "autistico" non vada necessariamente patologizzato e caricato di una valenza negativa, configurando un "altro inferiore" rispetto al normotipico. Secondo alcune scuole di pensiero la neurodiversità è, semplicemente, una forma di diversità, come lo può essere il colore della pelle o l'orientamento sessuale, e come tale bisognerebbe imparare a conoscerla, a valorizzarla, a conviverci e forse anche ad amarla.

Può sembrare retorico per chi convive con crisi (tecnicamente: meltdown), silenzi e difficoltà che limitano le possibilità di una vita "normale", ma secondo alcuni – e personalmente aderisco a questa filosofia – la strategia di "normalizzazione" della neurodiversità tende a produrre frustrazione e a enfatizzare la distanza rispetto a standard che paiono per molti versi irraggiungibili. In questo senso, per alcuni e alcune può forse essere più produttivo abbracciare con ironia una vita di stranezze, obbiettivi obliqui, posizionamenti queer (nel senso di "strani"). Simili considerazioni aggiungono complessità alla domanda di base: quanto è compatibile la vita nella città per chi vive o convive con l'autismo?

Da un lato, un'ampia letteratura nella medicina sociale individua una correlazione significativa fra varie tipologie di nevrosi e vita urbana. L'autismo tecnicamente non è una nevrosi, ma questo tipo di lettura è stata spesso estesa alla categoria. L'eccesso di stimoli, per esempio in termini visivi o uditivi, insieme a ritmi accelerati, traffico e forte densità abitativa possono costituire condizioni di stress anche molto pesanti.

Nella mia esperienza di papà di un bambino autistico, i rumori, gli incontri con sconosciuti e i mille stimoli inattesi della vita urbana tendono a originare piccoli e grandi problemi e, non a caso, molti genitori hanno fantasie di "fuga dalla città" e di vita rurale. Allo stesso tempo, l'idea di stimolo sensoriale stressante deve essere sempre e comunque calata nel corpo del soggetto autistico, evitando di appiattirsi su una visione normotipica. Un rumore problematico per una persona autistica non necessariamente coincide con clacson o sirene: potrebbe risultare insopportabile il suono della carta stagnola, il ronzio di una vecchia lampada o il gracidare dei grilli in campagna. Lo spazio rurale non è necessariamente rilassante e soprattutto non è privo di ritmi e stimoli: ne presenta altri, non per forza più semplici da gestire. Nonostante questa grande variabilità di alterazioni sensoriali, alcuni elementi come rumori intensi, colori eccessivamente forti o luci al neon sono statisticamente riconosciuti come potenziali trigger (inneschi) di stress. Non sarebbe difficile tenerne conto nella progettazione degli spazi pubblici, eppure non esistere alcuna sensibilità al riguardo, e le luci al neon abbondano persino nei centri specializzati.

Esiste poi una seconda dimensione che lega a doppio filo la vita nello spettro autistico con la città. Un buon numero di soggetti – per esempio bambine e bambini – utilizza vari tipi di servizi educativi, terapie riabilitative (si chiamano così, anche se non è chiaro il senso del prefisso ri-) e altri interventi specialistici che si trovano esclusivamente nei centri urbani (e nemmeno in tutti). Il problema dell'accesso ai servizi, del welfare e dei divari fra strutture pubbliche e private (spesso davvero molto costose) è chiaramente un tema di giustizia sociale, ma anche di giustizia spaziale.

Il divario urbano/rurale, sempre più sfumato nei dibattiti in molti ambiti, tende ad acquisire una dimensione rilevante nel mondo dell'autismo: mentre alcune famiglie si muovono verso la città, attratte dalla migliore possibilità di accedere a terapie e strutture specializzate, altre migrano (o sognano di migrare) verso spazi più isolati, dove costruire "mondi" più adatti alle esigenze dei propri cari. Non sono poche le storie di genitori coraggiosi che hanno dato vita a esperimenti più o meno unici e, magari, "strani" o anticonvenzionali. In quest'ottica, per molte famiglie il divario città/campagna (o montagna, o isola deserta, o qualsiasi altra condizione di relativo isolamento) sottende spesso, seppur in forma implicita, la tensione fra "normalizzazione" (riuscire ad adeguarsi con successo e a trarre benefici della vita collettiva in città) e "fuga" verso una condizione di libertà rispetto ai vincoli, spesso eccessivamente stringenti, della vita urbana contemporanea.

Certo, non è così per tutti, ogni situazione e ogni città presentano caratteristiche proprie e non è opportuno generalizzare, ma non è raro che genitori e care-giver siano spossati dai comportamenti di soggetti che, come mio figlio, sono spesso chiassosi, iperattivi, tendono a toccare qualsiasi cosa e chiunque, incuranti di pandemia e regole sociali, e possono andare in crisi in modo apparentemente inspiegabile in mezzo alla strada. Per molte e molti, andare al cinema o in pizzeria, prendere la metropolitana o fare una passeggiata per le vie del centro sono attività complesse e faticose. Spesso si decide coraggiosamente di praticarle, sia in un'ottica terapeutica (una sorta di "educativa territoriale"), sia banalmente per tenere insieme i pezzi della vita quotidiana, ma alcuni scelgono di ridisegnare la propria giornata in spazi meno densi, più piccoli e informali. In questo quadro complesso, un materiale preziosissimo è costituito dalle testimonianze e biografie di persone autistiche cosiddette "ad alto funzionamento", in grado di descrivere le proprie sensazioni ed esperienze. Un loro coinvolgimento nella progettazione e organizzazione dello spazio pubblico potrebbe fornire una base preziosa per provare a immaginare città più aperte alla neurodiversità e, forse, più vivibili per tutte e tutti.

(a cura diAlberto Vanolo, Università degli Studi di Torino)

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