Scuole speciali, un confronto italo-danese

Scuole speciali, un confronto italo-danese

Una visita speciale, quella avvenuta il 16 novembre scorso presso la sede di Roma della nostra Associazione da parte di venti insegnanti di una scuola speciale danese, la Troldkærskolen di Rodding. Dopo un primo momento conviviale, l’incontro è entrato nel vivo. Lo staff di Breccia ha illustrato i principi e le tecniche della nostra attività.

La riflessione, nel corso dell’incontro, si è avviata relativamente alla diffusione dei metodi comportamentali in rapporto con quella della sindrome autistica. Attualmente, si stima che nasca almeno un bambino ogni cento con condizione di spettro autistico. Le famiglie sono disorientate, spesso hanno problemi economici, come molte in questo periodo nel nostro Paese. Gli interventi clinici validati si trovano ben descritti nelle riviste più accreditate e dovrebbero essere offerti a tutti i bambini con autismo, ma purtroppo non è così. Ad esempio, l’analisi del comportamento applicata, molto studiata e ormai riconosciuta fra gli interventi più validi, è ancora relativamente poco diffusa. Soltanto negli ultimi dieci anni si è andata disseminando in alcune regioni, senza riuscire a soddisfare la domanda crescente di trattamenti basati sull’evidenza, per piccoli e grandi. Tuttavia, in Italia, si contano 150 analisti del comportamento certificati e un numero doppio circa di formati ma non ancora certificati. In Spagna, si dispone soltanto di quindici analisti del comportamento certificati e in Olanda soltanto di diciassette. Ovviamente le popolazioni nei tre paesi sono differenti.

La scuola e la famiglia

Ogni anno, da noi, circa cinquemila bambini con autismo si aggiungono al totale precedente. Il Servizio sanitario nazionale offre servizi molto disomogenei e spesso poco indicati. La distanza fra questa offerta e le evidenze nazionali e internazionali riguardo a modelli appropriati, anche se si è ridotta nel corso del tempo, è ancora forte. Il gap non può essere colmato rapidamente dal Servizio sanitario; occorrerebbe formare e sostenere le famiglie per metterle in grado di attuare quelli che vengono denominati “interventi mediati dai genitori” che hanno dato evidenza scientifica di efficacia; occorrerebbe addestrare specificamente gli insegnanti delle scuole materne ed elementari con i quali i bambini trascorrono gran parte del proprio tempo educativo. In effetti, soltanto alcuni maestri della scuola dell’infanzia e primaria conoscono o sono attrezzati per sfruttare, nei rapporti con gli alunni con autismo, le potenzialità degli interventi basati sull’evidenza, fra i quali rientrano senz’altro l’ABA e il Denver model. Rimane naturalmente molto importante formare operatori della riabilitazione, attraendo i giovani verso la formazione accademica in questo settore, poiché ci sarà un forte bisogno di competenze per mettere in atto interventi efficaci rivolti all’infanzia, all’adolescenza e anche alla vita adulta delle persone con autismo.

Scuole speciali: stigma, limiti e vantaggi

La Danimarca ha attivato da qualche anno un doppio binario scolastico per bambini che ricevono una diagnosi di autismo. Possono frequentare, a scelta, o la scuola speciale o il percorso standard insieme ai pari reputati a sviluppo tipico. Non sorprende che la maggior parte delle famiglie danesi preferisca il primo percorso, come è stato riferito dai colleghi danesi. Un genitore non può che desiderare per il proprio bambino una formazione intensiva, specifica ed erogata da personale qualificato specificamente. Il percorso speciale non pregiudica la socializzazione con altri bimbi che può avvenire in molti contesti differenti. Per giunta, vengono organizzati laboratori e progetti d’inclusione destinati proprio a favorire le competenze sociali dei bambini che frequentano le scuole speciali. Altri paesi si orientano invece verso modelli integrati. Alcune soluzioni in questa direzione prevedono che il bambino che abbia acquisito le abilità di base all’interno di una scuola speciale possa essere successivamente integrato in una scuola standard.
La nostra normativa assume l’inclusione come valore fondamentale e tuttavia finisce spesso che siano le famiglie a sostenere l’educazione “speciale” per il proprio figlio con autismo, con un onere che può raggiungere anche millecinquecento euro al mese, e saltando spesso la scuola. Il fatto è che non è facile realizzare scuole inclusive: gli insegnanti cambiano con rapidità, talvolta durante l’anno scolastico; gli insegnanti di sostegno non sono in generale preparati specificamente e cambiano pure frequentemente. In generale, il bambino con autismo non riceve nella scuola (tranne in casi virtuosi) un servizio educativo che tenga conto delle sue problematiche e valorizzi le sue potenzialità. Sarebbe necessario che gli insegnanti curricolari e di sostegno fossero formati alle tecniche comportamentali per essere in grado di realizzare una reale inclusione del bambino, facendogli acquisire autonomie personali e sociali e sviluppare competenze. I bambini che avranno fruito di un intervento progettato per loro, personalizzato, eseguito da personale competente, della scuola, del Servizio sanitario, dei comuni, diventeranno adulti meglio integrati all’interno della loro comunità.
L’incontro con i colleghi danesi si è concluso con l’invito a visitare la loro scuola rivolto agli operatori di Breccia. Ma già questo primo incontro è stato stimolante, arricchente e coinvolgente.

Marco Esposito, supervisore di piani educativi presso il centro “Facciamo breccia” di Roma

No Comments

Post A Comment