Alessandro si affaccia all’adolescenza

Alessandro si affaccia all’adolescenza

“Dallo scorso settembre ho iniziato un percorso terapeutico con Alessandro, un ragazzo con autismo di undici anni, molto curioso e intelligente, al quale, consapevole della distanza professionale che ci deve essere fra terapista e studente, sono parecchio affezionato”. Il racconto di Piero Luca Molinaro, psicologo e terapista.

Il problema di Alessandro rientra nello spettro ad “alto funzionamento” e specificamente nella nomenclatura di “sindrome di Asperger”, eliminata nell’ultima versione del DSM-5 (manuale diagnostico dei disturbi mentali) ma ancora molto utilizzata in ambito clinico e psicologico. Alessandro ha un quoziente intellettivo certificato sopra la media; tuttavia, come spesso accade ai bambini ad alto funzionamento, manifesta carenze per diversi altri aspetti nell’ambito delle autonomie personali e sociali, fino a problematiche relazionali e interpersonali.
La diagnosi di autismo ad alto funzionamento è incompatibile con una disabilità intellettiva e, quindi, il livello d’intelligenza è in generale molto elevato. Questa caratteristica costituisce una risorsa preziosa all’interno del percorso terapeutico. Possono essere esaltate le abilità del ragazzo per imparare, memorizzare e ripetere mentalmente le informazioni e metterlo in grado di apprendere rapidamente specifici obiettivi educativi e di fronteggiare le problematiche.
La prima difficoltà che ho incontrato è stata quella di riuscire a stimolare con continuità le sue capacità mnemoniche; cercando di comprendere come si approcci quotidianamente ai suoi interessi speciali ho scoperto che spaziano in diversi campi: dall’informatica all’abbigliamento, dall’alfabeto cirillico al funzionamento della trazione elettrica della metropolitana. Per poter incoraggiarlo al meglio ho cercato di allineare, o meglio disallineare i miei schemi cognitivi in modo da raggiungere più agevolmente gli obiettivi terapeutici.
L’intervento strutturato da Selena Ciardi, supervisore del ragazzo a Breccia, è suddiviso in due parti: una parte è rivolta ad attività specifiche da svolgere presso la sua abitazione; l’altra mi offre l’opportunità di svestire i panni del terapista per indossare quelli del “compagno adulto”, con attività fuori di casa. Per entrambi gli interventi sono presenti contingenze di rinforzo e strategie volte a ridurre i comportamenti disfunzionali. La durata di ciascuna sessione è di due ore e trenta minuti. Per la prima parte della terapia, ho selezionato sette temi di cui parlare insieme; altri tre sono stati scelti da lui. I temi sono stati trascritti su dei foglietti di carta, messi in un contenitore. A turno ne peschiamo uno, alternando anche il ruolo di interlocutore principale. Quando sono io a interpretarlo, Alessandro è consapevole che deve attenersi ad alcune regole condivise e che seguendole vince delle fiches il cui valore è stato concordato con la famiglia. Il numero massimo di fiches è variabile e, di volta in volta, scelto liberamente da Alessandro; quando viene raggiunto, le fiches possono essere scambiate con un premio. L’erogazione dei punteggi avviene in “live now” attraverso un Tally Counter. Quindi, mentre si conversa sui temi pescati dalla scatola, Alessandro ha la possibilità di monitorare i suoi progressi nell’attività. I punteggi sono erogati in un intervallo di tempo che fisso di volta in volta, diverso per ogni argomento selezionato, in modo da ridurre la possibilità che Alessandro organizzi rigidamente il suo discorso in base ai secondi a disposizione. Le regole da rispettare per aumentare il punteggio sono le seguenti: mantenere un contatto oculare appropriato durante la conversazione; fare domande inerenti all’argomento selezionato; limitarsi a un numero massimo di domande (concordato con la famiglia e trascritto simbolicamente in un pittogramma che Alessandro consegna ogni qual volta che ne fa una); rimanere sull’argomento fino al segnale acustico del timer; terminare la conversazione allo scadere del tempo (lo scorrere del tempo è controllato da me). Viceversa, se Alessandro durante l’attività pone domande poco contestuali, chiede “quando suona il timer?”, distoglie a lungo il contatto oculare, supera il limite massimo di domande, l’attività ricomincia dall’inizio e, a volte, si può anche perdere punti guadagnati precedentemente. Con il passare delle settimane, i tempi di conversazione fra me e il ragazzo sono via via aumentati e il contenuto degli argomenti si è evoluto verso temi più comuni e meno “specialistici”. In pochi mesi Alessandro ha generalizzato le regole anche nelle conversazioni al di fuori dell’attività strutturata, raggiungendo un grande traguardo, l’automonitoraggio. Ora si rende conto quando fa una domanda non inerente al tema della conversazione, si interrompe e chiede di rispondergli successivamente.
La seconda parte della terapia incomincia una volta terminata l’attività appena descritta. Alessandro scrive il punteggio raggiunto su un quaderno e inizia a vestirsi il più velocemente possibile, guadagnando così punti extra. Questo ha migliorato la sua autonomia la mattina quando si prepara per andare a scuola. Una volta usciti da casa inizia l’attività che abbiamo chiamato “conosci o non conosci”. Le attività hanno tutte, come obiettivo, il miglioramento delle abilità sociali.
I segnali sociali hanno per Alessandro un significato diverso da quello usuale. Ad esempio, segnali che permettono di comprendere quando possa essere inopportuno, a volte pericoloso, avvicinarsi a un’altra persona e iniziare a conversare con lei vengono recepiti diversamente; non seguono le logiche interpersonali che la maggior parte delle persone adotta, talvolta implicitamente. Questo portava il ragazzo a porre domande anche molto intime, ma mai offensive, a persone con le quale condivideva semplicemente lo spazio sulla metro o sul tram. Si è deciso con la famiglia di dare priorità all’intervento su questi aspetti. Mentre ci incamminiamo verso la fermata del tram, Alessandro deve definire le persone che incontriamo lungo la strada suddividendole in due categorie: conosciute e non conosciute. Il criterio scelto per operare la distinzione è semplice: quante volte incontro quella persona giornalmente? Una volta effettuata le categorizzazione, si entra nella fase successiva del training. Le regole da rispettare includono: non parlare con persone sconosciute; non porre più di tre domande. Alessandro ha anche appreso che ci sono eccezioni alla regola, “casi speciali” in cui si può parlare con persone che non si conoscono, ad esempio quelle che svolgono un ruolo lavorativo nell’offerta di servizi di cui si abbia bisogno, e quindi, per usufruirne, bisogna comunicare con loro (farmacista, rivenditore dei biglietti della metropolitana, barista e così via).
Alessandro ha mostrato subito miglioramenti consistenti in tali circostanze, anche grazie alla sua naturale predisposizione nel seguire le regole, soprattutto quando condivise. Acquisita la seconda fase, sono state introdotte delle sotto-regole in modo da non creargli confusione. Questo mi ha portato a riflettere su quanto possa essere complesso, per ragazzi ad alto funzionamento, seguire la “non logica” di particolari dinamiche interpersonali e sociali. Ad esempio, capita ormai da anni che Alessandro si rechi insieme alla madre nello stesso supermercato e che essa, quando si trova alla cassa, scambi battute con la cassiera. Alessandro un giorno ha chiesto alla madre se conoscesse la cassiera. La madre ha risposto che effettivamente non poteva dire di conoscerla e che, fuori del supermercato, prevedibilmente non si sarebbe intrattenuta oltre un cordiale saluto. Questo ha dapprima creato confusione ad Alessandro, ma poi lo stesso episodio è servito a spiegargli una ulteriore “sotto regola speciale”: parlare con persone che svolgono un ruolo lavorativo all’interno di uno specifico spazio sociale non permette di categorizzarle tra le persone che si conoscono ed è quindi consentita una conversazione limitata all’interno dello spazio in cui esse svolgono il proprio lavoro per chiedere qualcosa che sia inerente al servizio che svolgono.
Ogni qual volta Alessandro entri in un negozio deve ricordare di salutare guardando i commessi negli occhi; e così quando esce. Se entra o esce senza farlo, gli spiego che ha dimenticato la regola e ripetiamo la scena. All’inizio, prima di entrare nei negozi, gli consegnavo un biglietto sul quale era scritta la regola; successivamente ho eliminato il passaggio per rendere il suo comportamento autonomo. Ogni tanto, prima di entrare, gli dico ancora: “ricordati la nostra regola”.
L’intervento sta proseguendo con successo, raggiungendo giorno dopo giorno nuovi obiettivi, anche grazie alla fondamentale e proficua collaborazione con la famiglia, la quale ha un ruolo cruciale sulle variabili di riuscita o fallimento.
Concludo questo sommario resoconto con alcuni commenti personali. Il lavoro con Alessandro è facilitato dalla sua inclinazione a sapere e dal suo forte impegno in ogni attività che gli viene proposta. Lo osservo mentre prova e riprova un compito e rimango impressionato dalle sue qualità caratteriali. Questo percorso con lui sta avendo significativi effetti terapeutici anche su di me; mi regala speranze sul futuro della società. I pregiudizi che molti nutrono nei confronti della diversità altrui non gli appartengono. Non giudica mai le persone in base al livello d’intelligenza, oppure alla sincerità e lealtà o all’appartenenza a un gruppo sociale. Non ama raccontare o ricevere bugie, neanche quelle “bianche”. Sarà certamente un adolescente profondo perché non si accontenta del sentito dire ma si documenta su qualsiasi argomento di suo interesse. Con gli altri prende la parola non semplicemente per alimentare la conversazione, ma per il bisogno reale di condividere e di parlare loro. Sono caratteristiche che vorrei vedere sempre nei miei amici, partner, colleghi e anche, in futuro, nei miei figli.

Piero Luca Molinaro, psicologo e terapista comportamentale

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